Raggiungere un compromesso sul crescente deficit commerciale tra Unione europea e Cina, sulle politiche di dazi e sull’accesso alle materie prime strategiche. È questo l’obiettivo della difficile missione a Pechino del commissario europeo al Commercio, Maroš Šefčovič, in programma dall’8 al 9 ottobre, su cui la Commissione, e con essa i Paesi UE, stanno puntando per poter finalmente ottenere concessioni, non scontate, dalle controparti cinesi. Ancor prima della visita, la Cina ha avviato il 3 ottobre un’indagine antidumping sulle esportazioni dall’UE di p-nitrotoluene, sostanza chimica utilizzata principalmente nella produzione di coloranti, pigmenti, pesticidi e prodotti farmaceutici. Sebbene di natura tecnica e riguardante un segmento circoscritto del commercio tra le due economie, la decisione non ha di certo agevolato il lavoro del commissario UE.

Come sottolineato dalla Commissione, la visita di ottobre rappresenta il secondo incontro di alto livello del Consiglio UE-Cina per il commercio e gli investimenti, istituito a giugno. Il commissario Maroš Šefčovič copresiederà l’incontro insieme al ministro del Commercio cinese Wang Wentao.

La visita del commissario è seguita con grande attenzione non solo dai Paesi UE, ma anche dal Parlamento europeo da cui è giunta la richiesta esplicita di risultati concreti. “Il dialogo con la Cina è importante e necessario. I problemi sono noti da tempo e sono ormai sotto gli occhi di tutti. Ora dobbiamo vedere i primi risultati concreti”, ha affermato in una nota Bernd Lange (S&D), presidente della commissione Commercio internazionale (INTA) del Parlamento europeo. Secondo Lange, i “massicci sussidi statali”, che ammonterebbero al 4,4% del Pil cinese, e “una politica aggressiva delle esportazioni distorcono la concorrenza”, mentre le imprese europee continuano a incontrare “notevoli difficoltà” nell’accesso al mercato cinese.

Particolare preoccupazione destano le dipendenze strategiche dell’Europa. “I controlli sulle esportazioni e le restrizioni sulle materie prime fondamentali hanno dimostrato molto chiaramente come la Cina possa utilizzare le dipendenze economiche come strumento di pressione”, ha sottolineato Lange, chiedendo che i colloqui di Pechino producano “i primi progressi tangibili”.

Ridurre il deficit commerciale

La missione del commissario è infatti dominata da una cifra politicamente emblematica: “un miliardo di euro al giorno”. Secondo Eurostat, nel 2025 l’UE ha esportato merci verso la Cina per un valore di 199,6 miliardi di euro, importandone per 559,4 miliardi. Il deficit commerciale ha quindi raggiunto 359,8 miliardi, con un aumento del 18% rispetto all’anno precedente. Le importazioni dalla Cina sono aumentate del 6,4%, mentre le esportazioni europee verso il mercato cinese sono diminuite del 6,5%.

Anche Lange ha richiamato l’attenzione sulla rapidità con cui si sta ampliando lo squilibrio: il deficit dell’UE nei confronti della Cina è passato dai 291 miliardi di euro del 2023 a poco meno di 360 miliardi nel 2025, con un incremento di circa il 24% in due anni. “E la tendenza continua: nel solo luglio 2026, il deficit ha raggiunto i 36,5 miliardi di euro. Si tratta di oltre 1 miliardo di euro al giorno”, ha affermato.

Lo squilibrio commerciale tra le due economie si è aggravato ulteriormente nel corso del 2026. Nella prima metà dell’anno il divario è aumentato del 9% su base annua: nel primo trimestre il deficit ha raggiunto i 100 miliardi di euro e nel secondo è salito a 103 miliardi, il livello più alto dal 2022.

La dipendenza dell’UE dalla Cina è evidente. Pechino è ad oggi il principale fornitore di prodotti fondamentali per l’industria, in particolare macchinari e apparecchiature elettriche, il cui valore ha superato nel 2025 i 270 miliardi di euro. Nei servizi, al contrario, l’UE conserva un surplus commerciale di 21,3 miliardi, sebbene in diminuzione negli ultimi anni.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha definito nel suo discorso sullo Stato dell’Unione lo squilibrio commerciale con Pechino “insostenibile”, sostenendo che le relazioni economiche tra UE e Cina abbiano raggiunto un “punto critico”. “Il nostro deficit commerciale con la Cina ammonta ormai a 1 miliardo di euro al giorno. Abbiamo raggiunto un punto critico”, ha affermato, collegando questa tendenza al cosiddetto “secondo shock cinese” e al rischio di deindustrializzazione dell’Europa.

“Alcuni dicono che stiamo affrontando un secondo shock proveniente dalla Cina. Ma questo shock è già qui. È visibile nelle comunità e nelle fabbriche di tutta l’UE. Sta portando alla deindustrializzazione dei centri industriali europei. Questa tendenza non può continuare”, ha aggiunto.

La difficile posizione dell’UE

La progressiva dipendenza dei Paesi UE dalla Cina per filiere considerate essenziali per la transizione energetica, e non solo, pone il blocco europeo davanti a un difficilissimo equilibrio. Da un lato l’UE vuole evitare che il mercato europeo diventi uno sbocco per la sovraccapacità produttiva cinese, ma dall’altro non vuole compromettere l’accesso alle materie prime, ai semilavorati e allo stesso mercato cinese.

Pechino dispone di leve importanti, che riguardano non soltanto il controllo delle esportazioni di materie prime critiche, ma anche l’accesso al proprio mercato e il ricorso agli strumenti di difesa commerciale. In questo quadro si inserisce l’indagine antidumping avviata lo scorso 3 ottobre dal ministero del Commercio cinese sulle importazioni dall’UE di p-nitrotoluene. La richiesta era stata presentata il 14 settembre da produttori cinesi, secondo i quali le importazioni europee a basso costo avrebbero danneggiato la produzione nazionale.

Il periodo preso in considerazione dall’indagine antidumping va da luglio 2025 a giugno 2026, mentre la valutazione del danno riguarda il periodo compreso tra gennaio 2022 e giugno 2026. Il ministero cinese cita prove preliminari che indicherebbero un calo complessivo dei prezzi dei prodotti UE di quasi il 60% tra il 2022 e il 2025, con margini di dumping superiori al 100%. L’indagine dovrebbe durare 12 mesi, fino al 3 ottobre 2027, con la possibilità di una proroga di altri sei mesi.

Pechino non ha presentato pubblicamente il procedimento come una ritorsione, definendolo invece una normale risposta a una petizione dell’industria nazionale. Il governo cinese sostiene inoltre che dal 2025 l’UE abbia avviato 28 procedimenti di difesa commerciale contro prodotti provenienti dalla Cina, circa la metà dei quali nel settore chimico.

La misura del 3 ottobre, segue inoltre una serie di azioni condotte dalla Cina nei confronti dei prodotti europei. Dal 5 luglio, Pechino ha imposto dazi doganali sui marchi di cognac dell’UE, raggiungendo il 34,9%. Le autorità cinesi hanno inoltre imposto dazi sui prodotti alimentari dell’UE, tra cui carne di maiale e frattaglie (con aliquote finali che variano dal 4,9 al 19,8%) e prodotti lattiero-caseari (con aliquote che variano dal 7,4 all’11,7%) e si applicano a merci per un valore superiore a 500 milioni di dollari, anche provenienti da esportatori di Francia, Italia, Danimarca e Paesi Bassi.

Francia e Germania chiedono nuovi strumenti

Proprio mentre Šefčovič si prepara alla missione, Francia e Germania stanno spingendo per rafforzare ulteriormente gli strumenti a disposizione dell’Unione. Secondo quanto rivelato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, Parigi e Berlino hanno proposto un nuovo meccanismo che consentirebbe all’UE di reagire rapidamente nei confronti di Paesi terzi che esercitano forme di coercizione economica contro il blocco.

La misura non sarebbe formalmente diretta contro un Paese specifico, e potrebbe riguardare sia la Cina sia gli Stati Uniti. Secondo funzionari tedeschi, l’UE avrebbe bisogno di uno strumento sufficientemente potente e rapido da poter essere paragonato ai dazi previsti dalla Section 301 statunitense o ai controlli cinesi sull’esportazione di minerali critici. Ad oggi, l’UE ha a sua disposizione l’Anti-Coercion Instrument (ACI), entrato in vigore nel dicembre 2023, e più volte entrato nel dibattito durante lo scontro commerciale con gli Stati Uniti. Lo strumento consente all’UE di reagire quando un Paese terzo utilizza misure commerciali o di investimento per costringere l’Unione o uno Stato membro a modificare una propria scelta politica.

In una lettera inviata lunedì alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron hanno esortato Bruxelles a rafforzare e ad ampliare gli strumenti commerciali a disposizione del blocco di fronte alla crescente “strumentalizzazione del commercio, alle pratiche sistemiche di distorsione del mercato e agli squilibri macroeconomici globali”.

Ciò include la creazione di uno strumento “potente” da attivare rapidamente qualora il blocco si trovi ad affrontare restrizioni di approvvigionamento di beni essenziali, comprese misure “fino a un’interruzione immediata del mercato interno, se necessario”. Secondo il Financial Times, che ha riportato parte del contenuto della lettera anticipata da Handelsblatt, lo strumento richiesto da Parigi e Berlino sarebbe anzitutto una risposta alle restrizioni imposte da Pechino lo scorso anno sulle esportazioni di terre rare e magneti. Tali restrizioni hanno indotto l’associazione europea dei fornitori del settore automobilistico a lanciare l’allarme, avvertendo che alcuni impianti e linee di produzione erano stati costretti a fermarsi a causa della carenza di questi materiali.

Secondo quanto riportato nella lettera, tale strumento si aggiungerebbe a un nuovo “strumento di diversificazione” per garantire che il blocco non diventi eccessivamente dipendente da un singolo Paese per le importazioni critiche. “Abbiamo bisogno di un quadro di riferimento completo che integri i nostri strumenti attuali con nuovi strumenti giuridici, in modo snello e non burocratico”, aggiungono i leader.

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